Investing.com - Il prezzo del greggio inizia la settimana col piede giusto questo lunedì, raggiungendo il massimo in quasi quattro anni mentre i trader si aspettano che gli Stati Uniti si tirino indietro dall’accordo sul nucleare iraniano, facendo aumentare le probabilità di una riduzione delle scorte di greggio globali.
I future del greggio WTI scambiati a New York schizzano al massimo intraday di 70,69 dollari al barile, superando la soglia dei 70 dollari per la prima volta dal novembre 2014.
Il prezzo si è poi attestato a 70,30 dollari alle 3:05 ET (07:05 GMT), su di 58 centesimi, o dello 0,9%.
Il greggio Brent, il riferimento per il prezzo al di fuori degli Stati Uniti, è in salita di 56 centesimi, o dello 0,8%, a 75,42 dollari al barile, dopo aver segnato 75,89 dollari all’inizio della seduta, il massimo dal novembre 2014.
La resa dei conti tra il Presidente Donald Trump e l’Iran probabilmente continuerà ad essere il principale fattore ad influenzare il sentimento sul mercato del greggio questa settimana.
Il Presidente Trump ha tempo fino al 12 maggio per decidere se far ritirare gli Stati Uniti dall’accordo internazionale del 2015 per la riduzione del programma nucleare iraniano e se riapplicare le sanzioni su uno dei principali produttori petroliferi mondiali.
Trump ha più volte minacciato di ritirarsi dal patto, ribadendo la scorsa settimana che, a meno che gli alleati europei non correggano i “terribili difetti” dell’accordo, lui si rifiuterà di prorogare l’annullamento delle sanzioni USA applicate al produttore petrolifero.
Se le sanzioni dovessero venire riapplicate, ciò potrebbe contribuire alla riduzione delle scorte petrolifere globali in quanto causerebbero una diminuzione delle esportazioni di greggio di Tehran.
L’Iran, importante produttore petrolifero del Medio Oriente nonché membro dell’Organizzazione dei Paesi Esportatori di petrolio (OPEC), ha ripreso il suo ruolo di principale esportatore nel gennaio 2016, quando le sanzioni internazionali contro Tehran sono state annullate in cambio di una riduzione del programma nucleare del paese.
Ieri il Presidente Hassan Rouhani ha affermato che l’Iran intende rispondere a qualsiasi piano di Trump e che gli Stati Uniti si pentiranno dell’eventuale decisione di ritirarsi dall’accordo.
I prezzi sono stati supportati inoltre dai timori per il peggioramento della crisi economica in Venezuela, che minaccia le scorte del paese, già in crollo.
Tuttavia, l’aumento dell’attività di trivellazione USA rappresenta uno dei pochi fattori a trattenere il prezzo del greggio in un ambiente altrimenti rialzista.
Le compagnie di trivellazione hanno attivato nove impianti nella settimana terminata il 4 maggio, portando il totale a 834, il massimo dal marzo 2015, secondo quanto si legge nel seguitissimo report di Baker Hughes, l’agenzia di servizi energetici di General Electric (NYSE:GE).
Si tratta del quinto aumento settimanale consecutivo e fa temere per l’incremento della produzione statunitense.
Effettivamente, la produzione statunitense - spinta dall’estrazione di petrolio da scisto - è schizzata al massimo storico di 10,62 milioni di barili al giorno la scorsa settimana, secondo la Energy Information Administration (EIA).
Solo la Russia ne produce di più, con circa 11 milioni di barili al giorno.
Questa settimana l’attenzione degli operatori sarà concentrata sui dati USA sulle scorte di greggio e prodotti raffinati, attesi domani e mercoledì, per valutare la forza della domanda da parte del principale consumatore mondiale e quanto velocemente continueranno ad aumentare i livelli di produzione.
Intanto, i future della benzina salgono dello 0,6% a 2,127 dollari al gallone, mentre il combustibile da riscaldamento va su dello 0,6% a 2,166 dollari al gallone.
I future del gas naturale si attestano in salita a 2,724 dollari per milione di BTU.
